27.11.06

Lubitel 166

Gli utenti delle reflex biottiche 6x6, ai tempi dell' analogico per forza, si dividevano in due categorie: i professionisti che usavano la Rolleiflex e i cosiddetti fotoamatori evoluti che usavano la Rolleiflex.
Questi ultimi, gente stranissima tipo nerd che in genere non ha mai saputo distinguere una fotografia da uno scoiattolo, parlavano di questa fotocamera riferendosi immancabilmente e stucchevolmente alla loro "fida Rollei".
Ora, con tutto il rispetto, sull' affidabilità della Rolleiflex il discorso non è tanto scontato. Ottima fotocamera, per carità, e di solito dotata di obiettivi da togliersi il cappello anche in Alaska d' inverno; avercene, di apparecchi così. Il suo livello di affidabilità, tuttavia, risente di certe scelte costruttive tanto audaci ed eleganti, quanto rischiose.
La Rolleiflex nacque per portare una ventata di dinamismo nel tranquillo mondo del medio formato. La sua rivoluzionaria leva di carica consente infatti di effettuare con un singolo movimento le operazioni di avanzamento della pellicola e di carica dell' otturatore, cosa che oggi sembra banale e scontata ma ai tempi non lo era affatto.
Il meccanismo che i maestri progettisti della Rollei concepirono a questo scopo è un capolavoro della meccanica di precisione, i materiali usati sono i migliori nell' universo conosciuto e il montaggio è assolutamente impeccabile; tutto funziona alla perfezione e in condizioni normali una Rolleiflex può scattare fotografie per qualche centinaio di anni senza fare una piega.
La mina vagante, per questa eccellente fotocamera, si trova all' esterno: i progettisti della Rollei, nel loro ascetismo, non hanno purtroppo tenuto conto dell' imbecillità umana.
Dare perle ai porci è un errore piuttosto frequente e dalle conseguenze talvolta devastanti: si dà il diritto di voto a una massa di mentecatti, per esempio, e ci si ritrova con Berlusconi; si dà una Rolleiflex in mano a un deficiente e ci si ritrova con un rottame perché costui, dopo tre avanzamenti di pellicola, spacca tutto.
E non per colpa del meccanismo, ma semplicemente perché il deficiente non pensa che una leva - e la leva di carica della Rollei ha un braccio notevole - va usata con criterio. Il deficiente tratta la leva di carica della Rollei come fosse la manovella di un tritacarne, applicando una forza spropositata e sollecitando il fine corsa oltre qualsiasi limite ragionevole. Così rompe tutto, lamentandosi poi del tradimento della "fida Rollei" rea di essere stata concepita per essere usata da persona serie invece che da oranghi.
C'e' da dire che questa debolezza intrinseca nella filosofia della Rolleiflex, comunque, è sempre stata ben presente ai grandi reporter che di fotografie scattate con la Rollei hanno riempito paginate di riviste come Life Magazine. Costoro sapevano benissimo che nella frenesia dello scoop una manata troppo energica può sempre scappare, e i più fighi nella borsa piena di rullini 120 avevano sempre e comunque anche una Rollei di riserva.

I pragmatici compagni sovietici, invece, sulla ragionevolezza della gente hanno sempre avuto le idee molto chiare e di conseguenza pochissima fiducia. Pertanto non hanno mai preso in considerazione l' idea di proporre alle masse socialiste qualcosa di paragonabile alla Rolleiflex, limitandosi a produrre - nel campo delle biottiche 6x6 - apparecchi derivati dalle Voigtlaender degli anni '30 e chiamati Lubitel. Nulla di sofisticato, nulla di automatico, oggetti tanto basic da risultare affidabili per forza di cose: meno c'è, meno si guasta.
E' difficile rompere la fida Lubitel, a meno di non scagliarla a terra con forza: in questo caso può fare una brutta fine, perché il corpo macchina è realizzato in plastica. Ma un trattamento del genere ammazzerebbe anche qualsiasi Rolleiflex - con la non trascurabile differenza che una Rollei, sull' attuale insensato mercato del collezionismo, costa migliaia di euri.

Per comprare una Lubitel ultimo modello - la 166 nelle sue varie versioni che in realtà sono la stessa macchina con sigle diverse - invece, di euri ne bastano trenta. I businessman ucraini che operano su Ebay la offrono a questo prezzo con modalità "compra subito" e si tratta di apparecchi nuovi con tanto di mascherina per il formato 4,5x6. Anche se gravato da una decina di euri per il trasporto, il prezzo può essere considerato interessante.
La Lubitel sembra fatta apposta per il fotografo di strada. E' leggera ma non troppo, si carica con facilità e soprattutto è un' autentica macchina fotografica - nel senso che, con tutto il rispetto e l'affetto per uno strumento insostituibile come la Holga, produce immagini in cui l'intenzione di chi la usa ha la priorità sulla magia pura. A volte interessa avere un certo controllo sul risultato di ciò che si sta facendo, vero.

Sulla qualità degli obiettivi montati sulle Lubitel - triplette classiche di derivazione Tessar - si è detto di tutto e di più: c'è chi sostiene che facciano schifo e c'è chi li adora. Ipotizzo che ciò in parte sia dovuto a una certa incostanza tipica della produzione sovietica - in buona sostanza un controllo qualità il più delle volte assolutamente surreale.
Ma credo anche che sia buona norma essere sempre e comunque coscienti di ciò che si ha in mano e usarlo di conseguenza - voglio dire: se una Lubitel a tutta apertura avesse una definizione da dio, la Hasselblad avrebbe chiuso da trent'anni. E che diamine.
Il fotografo di strada - che non è un fottuto fotoamatore né tantomeno un fottutissimo fotoamatore evoluto - se vuole della nitidezza da una macchina come questa, non la insulta chiedendole l'impossibile e la fa lavorare a diaframmi da 8 in su. Se per questa ragione deve usare tempi lunghi, fa il santo favore di usare un treppiede. Se non ha il porco treppiede la appoggia da qualche parte, sfrutta l'autoscatto per non muoverla e la lascia lavorare in pace. Oppure non fa la fotografia; dopo tutto non l'ha mica ordinato il dottore, di fare fotografie: se esistono tribù di indios che non hanno mai scattato una fotografia in vita loro e vivono felici come delle pasque senza tante palle per la testa, una ragione ci sarà.

Personalmente non ho proprio nulla di cui lamentarmi, per quanto riguarda la resa della Lubitel. Trovo che sia una macchina adattissima per la foto classica di paesaggio, genere potenzialmente soporifero ma tipico del fotografo di strada nei suoi momenti, nel bene e nel male, chekoviani.





supportando tuttavia con notevole agilità eventuali incursioni nel post-simbolismo e oltre.



La commercializzazione della Lubitel, grazie al Cielo, non è caduta nelle avide grinfie di quelle piaghe sociali della Lomographic Society. A proposito di questi puzzoni austriaci ha scritto, fra gli altri, anche Alfred Klomp: il suo "Why I don't like lomography" riflette quasi esattamente il mio punto di vista su quella banda di straccioni.

Ho trovato molto interessanti, inoltre, alcune riflessioni di D. Brian Nelson sul digitale.
Nelson è uno che si dedica ad andare in moto e ad adescare giovani donne, peraltro perfettamente informate e consenzienti. Le porta in certi stravaganti motel californiani e le esorta a spogliarsi di indumenti e inibizioni per, invece che farne di ogni, fotografarle producendo immagini di rara pulizia e suggestione.
Sarà per affinità generazionali o estetiche o che altro, fatto sta che a me piace molto come fotografa e come pensa il vecchio Nelson. Le sue divagazioni e alcuni commenti dei lettori affrontano argomenti mica da ridere in maniera che ho trovato parecchio affascinante.

Mi avanza un esposimetro anni '70, buono e funzionante. Se qualche fotografo di strada là fuori ne ha bisogno, lo cedo in cambio di una birra. Basta chiedere.