18.10.06

Smena Symbol


Per chi fa della fotografia d'arte, è assolutamente imperdonabile non disporre di una Smena Symbol. Proprio non ci sono scuse, manco a cercarle con il lanternino.

Tanto per cominciare, la Smena si trova facilmente. I soliti puzzoni austriaci della cosiddetta Lomographic Society, che la vendevano come d' abitudine a prezzi immorali, sostengono che sia esaurita - balle grosse come la cupola di San Pietro, non è vero niente: probabilmente i fornitori russi si sono stancati delle loro continue molestie sessuali. Personalmente ne ho acquistate due sul solito ebay .com al costo medio di un euro e cinquanta a esemplare più una decina di euri per il trasporto, cifra ragionevole per un oggetto di classe come questo.

Esteticamente, la Smena Symbol è una vera figata. Costruita dalla Lomo in plastica e metallo, rappresenta degnamente il design sovietico pre-perestrojka che identifica qualsiasi cosa realizzata in Urss nel periodo fra Breznev e Gorbachov, dalle sveglie da tavolo all' hotel Pribaltiskaja di Leningrado. Si tratta di un'impronta inconfondibile, irripetibile e pericolosamente tendente al brutto - ma in questo caso, l'oggetto ha una sua armonia di sproporzioni che lo rende decisamente gradevole.

Questa non è una macchina di plastica. L' obiettivo, un 40 mm f=4, lavora in maniera egregia producendo immagini di sorprendente rilievo. Alla Lomo non saranno stati delle cime nel design ma quando non erano alterati dalla vodka, con il vetro ci sapevano fare eccome.
L' apparecchio, volendo, funziona naturalmente in full-manual ma dispone anche di una geniale modalità definibile come manuale a priorità di diaframmi: s' imposta, sulla ghiera dei diaframmi appunto, la sensibilità della pellicola; successivamente con l'aiuto di alcuni graziosi simboli (che danno il nome alla macchina) d' ispirazione meteorologica, si agisce sulla ghiera dei tempi. Il sistema funziona ottimamente, con tanti saluti alle duecentocinquanta opzioni di misurazione della luce che aggrovigliano il cervello di qualsiasi povero cristo alle prese con quei cessi di fotocamere digitali.

Le immagini restituite dalla Smena hanno un' impronta molto particolare, indefinibile ma sempre presente e comunque affascinante. Quei cialtroni pederasti della Lomographic Society la metterebbero sul marketing e parlerebbero di incomparabili magie lomografiche o stupidaggini del genere - tutte belinate, naturalmente. La verità è che qualsiasi lente porta con sé i geni della sabbia che è stata fusa per creare il vetro, del gas che ha alimentato il forno di fusione e soprattutto risente della visione del mondo propria di chi l'ha progettata.
Ora, se uno capita a Leningrado - San Pietroburgo per i reazionari - si accorge immediatamente che la luce è alquanto strana: a 59°57' di latitudine nord, due passi dal Polo, il Sole è una stella lontana e di solito illumina le nuvole dal basso, con effetti parecchio disequilibranti per chi viene dalle terre calde e - si mormora - anche per gli indigeni che a ben vedere sono quasi tutti tipi strani.
Sulla luce leningradese e i suoi effetti sull'anima umana, Dostojevskij ha scritto cose incomparabili nel suo "Le notti bianche", lettura imprescindibile per ogni fotografo di strada che si rispetti. E non è affatto casuale che, per dire, i colori di questo ritratto del vecchio Fjodor Michailovic' presentino stupefacenti affinità con quelli resi dalle lenti ex-sovietiche.

Ma con quella luce diffusa quanto affilata, con quelle particelle d'oro alchemico sospese nell'aria gelata, con quelle ombre secche e lunghissime a Leningrado si nasce e si vive. E' normale: un leningradese il mondo lo vede così, i suoi occhi e i suoi neuroni sono tarati su quei parametri. La visione, del resto, è quanto di più soggettivo possa esistere.
Pertanto, se il leningradese progetta un obiettivo o una pellicola, lo fa per rendere al meglio la realtà così come lui la percepisce. E se ai nostri occhi tarati sulle frequenze della luce mediterranea le immagini risultano strane, ebbene sono tutti cazzi nostri.
C'è chi prende il fenomeno come un difetto, e di solito sono i reazionari; c'è chi parla di magia della Lomo come quella manica di truffatori dediti a pratiche sodomitiche della Lomographic Society; c'è chi esplora gli anfratti delle discordanze visive fra mediterranei e baltici per fare fotografia, il che è quello che interessa.

Perché una fotocamera come la Smena è capace di introdurre nell'immagine una serie di vibrazioni dimensionali tali da produrre un effetto di straniamento irraggiungibile con qualsiasi altra tecnica - senza filtri, software o trucchi assortiti.
Il segreto della Smena è molto semplice: questo apparecchio, incurante dello spazio e del tempo come un militante di Lotta Comunista, è convinto sempre e comunque di essere in Russia, sul Baltico, vicino alla corazzata Potjomkin.

Di conseguenza, per la Smena, Corso di Porta Romana risulta illuminato come dal sole di mezzanotte sulla Prospettiva Nevskij

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mentre la Liguria viene assurdamente teletrasportata da qualche parte verso la Siberia
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e alla passante milanese si tende immancabilmente ad attribuire capelli biondissimi, occhioni azzurri come gli stucchi di San Basilio e una certa tendenza a comportamenti sessuali allegramente disinibiti.
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Parecchi grandi fotografi russi hanno realizzato grandi cose con la Smena Symbol. La loro magistrale tecnica - un sapiente mix di impeccabile tradizionalismo e paurosa trasgressione a qualsiasi concetto del buon senso - comprende fra l'altro l'uso di adeguate dosi di vodka, rigorosamente di marca "Stolichnaya" che è e rimane la migliore.

Ricordo che la pessima abitudine di bere vodka ghiacciata è una sconcezza inventata dagli americani e adottata acriticamente dai fighetti di tutto il mondo - fra i quali, manco a dirlo, quelle mezze seghe di austriaci della Lomographic Society che sono stati scacciati a calci in culo da quasi tutte le saune gay di Mosca per avere vomitato vodka ghiacciata sul parquet.
La Stolichnaya si apprezza meglio se consumata a temperatura ambiente, possibilmente a canna e in buona compagnia.